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Home >> Catalogo >> ESTHER PHILLIPS: ESTHER PHILLIPS: From a Whisper to a Scream

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ESTHER PHILLIPS

ESTHER PHILLIPS: From a Whisper to a Scream

Esecutore: Esther Phillips

Etichetta: Pure Pleasure

Genere: Soul

n.Dischi: 1

Formato: LP 180 gr.

 

€ 32,00

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Registrazione effettuata nel Dicembre 1971 da Rudy Van Gelder

Arrangiamenti di Don Sebesky - Prodotto da Creed Taylor

 

Un capolavoro ingiustamente dimenticato di una grande esponente della musica soul

 

Prenderei due episodi e anzi tre a simbolo di un’esistenza baciata dal talento ma caratterizzata da una sfortuna che quel talento fece pagare con interessi usurai. Volo indietro nel tempo di trent’anni, quasi trentuno, al 1973, alla cerimonia di consegna dei Grammy, l’equivalente discografico degli Oscar. Si alza Aretha Franklin e si appropinqua al palco per ritirare, per il sesto anno consecutivo se so ancora far di conto, il premio nella categoria “Best R&B Performance, Female”. Ma c’è un fuori programma. Lady Soul prende la statuina, chiama a sua volta la Phillips e gliela porge dicendole: “La meriti molto di più tu”. Oggetto dell’ammirazione di Aretha è un LP intitolato “From A Whisper To A Scream”, che chi ha orecchie per intendere e di intendere ha avuto la possibilità, reputa un classico. Ma l’album, in origine su Kudu, è stato a lungo irreperibile, dalla metà dei ’70 più o meno alla metà degli ’80. Ristampato nel 1987 dalla CBS in un’ottima edizione digitale aumentata di quattro brani rispetto ai nove primigeni è finito nuovamente (e in fretta) fuori catalogo e per trovarne una copia oggi come oggi vi tocca affidarvi a) a un colpo di culo, b) a qualche fiera del disco raro, c) a eBay.

Gli stessi appassionati di cui sopra indicano di solito in “Set Me Free” il secondo migliore LP fra i forse troppi griffati dalla signora. Ebbene: registrato nel 1970, non avrebbe visto la luce che nel 1986 e dunque postumo, in una doppia confezione che sulle prime due facciate dispiega una sorta di “Best Of”. La Phillips non potè quindi udire le ovazioni che ne salutarono l’uscita. Proseguo in questa scorribanda nel passato e mi spingo fino al principio del 1953, o forse alla fine del ’52. I ricordi di Johnny Otis riguardo alla data precisa sono incerti. Quel che rammenta bene è che si era tirato su la ragazzina, texana ma cresciuta a Los Angeles e scoperta a una gara di dilettanti tenutasi nel club di suo proprietà, lo storico Barrelhouse Club in pieno ghetto di Watts, come una figlia, preoccupandosi persino che ricevesse un’adeguata educazione anche fra i disagi di un’esistenza trascorsa perlopiù “on the road”. Dopo i primi mesi come semplice stipendiata nel suo spettacolo, le riconosceva inoltre (manifestazione di giustizia e generosità rarissime per l’epoca) pari dignità artistica ed economica rispetto a lui. Voleva dire a volte migliaia di dollari per una sola serata ma la ragazzina non l’avrebbe appreso che in circostanze traumatiche: Otis, essendo la Piccola Esther minorenne, dava il denaro alla madre, che le faceva da manager, e costei al sangue del suo sangue non girava che pochi spiccioli. Sospettando di essere truffata, quell’adolescente venuta su troppo in fretta assumeva via via un atteggiamento sempre più irrispettoso e ribelle e finiva per insultare pesantemente un Otis che, ignaro del retroscena, non poteva capacitarsi di tanta irriconoscenza. Pur sapendolo comportamento autolesionista (Double Crossing Blues, la prima incisione della fanciulla, aveva venduto nel 1950 oltre un milione di copie e diversi altri titoli ne avevano in seguito avvicinato il successo), scioglieva seduta stante il sodalizio. Ci sarebbe stato in seguito un chiarimento e fra lacrime e abbracci l’amicizia sarebbe rinata, ma non così la collaborazione, eccettuato un breve periodo all’incrocio fra ’60 e ’70 (favolose tracce in “The Johnny Otis Show Live At Monterey!”, un Epic del 1971). Peccato per Esther, che di una figura adulta e benevola a fianco avrebbe avuto un immenso bisogno al limitare di una maggiore età varcata senza mai essere stata sul serio una bambina (era stato il divorzio dei genitori a spostarla da Houston alla California) e sono cose che si pagano.

Il flirt con la bottiglia diventava l’amore di una vita. Più avanti, pasticche ed eroina avrebbero sostituito la marijuana.

E come Billie Holiday, come Aretha, come Etta James, come Janis, gli uomini l’avrebbero sfruttata e buttata.

 

Eddy Cilia da 'Scritti dell'anima'

Ed. Tuttle 2007

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