Giulini dirige Bruckner - Sinfonia N.7

Esecutore: Berliner Philharmoniker, Giulini

Autore: N/A

Numero dischi: 1

Barcode: 0749677143725

Testament
CD
2009
TES1437
2009-11-01
18,59 €
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Carlo Maria Giulini (1914-2005) e i Berliner Philharmoniker furono uniti per molti anni da un profondo legame. Lalto ed elegante direttore italiano si recò regolarmente a Berlino per un quarto di secolo e diresse i mitici Berliner in 91 memorabili concerti, il primo dei quali si tenne il 10 ottobre del 1967 con un programma sacro che comprendeva il Requiem di Luigi Cherubini e i Quattro pezzi sacri di Verdi. Curiosamente anche il suo ultimo concerto alla testa dei Berliner tenutosi il 14 settembre del 1992 aveva in programma unopera sacra, la monumentale e amatissima Messa di requiem di Verdi. In ogni caso, Giulini aveva un repertorio molto vasto, che spaziava dalle opere del periodo barocco alle pagine più significative della letteratura novecentesca, passando dai capisaldi del Classicismo e del Romanticismo. Nel corso dei suoi 91 concerti con i Berliner Philharmoniker Giulini diresse 67 opere, alcune delle quali furono riprese a distanza di molti anni. Uno degli ambiti più frequentati da Giulini con i Berliner fu il grande repertorio sacro, che vide lesecuzione della Messa in si minore di Bach, le Messe di requiem di Mozart e di Cherubini, la Messa in do maggiore e la Missa solemnis di Beethoven, la Messa in mi bemolle maggiore di Schubert, lo Stabat Mater di Rossini, il Requiem tedesco di Brahms, i Quattro pezzi sacri e la Messa di requiem (tre volte) di Verdi e il Requiem di Fauré. In campo sinfonico Giulini diresse i Berliner nelle ultime tre sinfonie di Mozart (K.543, K.550 e K.551), nelle sinfonie n. 94 e 99 di Haydn, Nella Sesta, nella Settima e nella Nona Sinfonia di Beethoven, nella Quarta, nella Sesta, nella Settima e nellOttava di Schubert, nella Terza di Schumann, nelle ultime tre sinfonie di Brahms, nella Settima e nellOttava di Dvorák e nella Sinfonia in re minore di César Franck. Oltre a questo vasto corpus di opere, le interpretazioni di Giulini delle sinfonie di Bruckner e di Mahler suscitarono una grandissima sensazione sia sul pubblico sia sulla critica. Più in particolare, Giulini diresse di Bruckner la poco eseguita Seconda, la celebre Settima, lOttava e la Nona, mentre di Mahler eseguì la Prima e la Nona. Giulini ebbe anche una grande affinità con il repertorio francese, di cui diresse La mer di Claude Debussy e Ma mère loye e il Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel, e si occupò anche delle opere degli autori russi, tra cui i Quadri di unesposizione e il Preludio della Khovanschina di Modest Mussorgsky. Per quanto riguarda il repertorio del XX secolo, Giulini diresse lIntroduzione, Passacaglia e Finale del compositore italiano Giovanni Salviucci (1907-1937), uno dei concerti per orchestra di Goffredo Petrassi, i Sei Pezzi per orchestra di Anton Webern e And die Nachgeborenen (Ai posteri) di Gottfried von Einem. Commissionata per celebrare il trentesimo anniversario della costituzione delle Nazioni Unite, questa cantata venne eseguita per la prima volta a New York il 24 ottobre del 1975 con Julia Hamari, Dietrich Fischer-Dieskau, il coro della Temple University e i Wiener Symphoniker. Sebbene Giulini abbia sempre avuto un grande talento nellaccompagnare i solisti, nel corso della sua collaborazione con i Berliner Philharmoniker diresse un numero di concerti abbastanza limitato, che comunque comprendeva alcune delle opere più importanti della letteratura sette-ottocentesca, tra cui il Concerto n. 17 in sol maggiore K.453 e il Concerto n. 23 in la maggiore K.488 di Wolfgang Amadeus Mozart rispettivamente con Maurizio Pollini e Murray Perahia, la Sinfonia concertante per strumenti a fiato K.287a con le prime parti dei Berliner, il Concerto n. 4 in sol maggiore op.58 e il Concerto n. 5 in mi bemolle maggiore op. 73 Imperatore di Ludwig van Beethoven con Maurizio Pollini e Alexis Weissenberg, il poco noto Concerto per violino e orchestra di Robert Schumann con Gidon Kremer, il Concerto in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn con Salvatore Accardo, il Concerto n. 2 in si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 83 di Johannes Brahms con Claudio Arrau, il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35 di Piotr Ilic Ciaikovsky con Kyung-Wha Chung, il Concerto per violoncello e orchestra di Antonín Dvorák con Ottomar Borwitzky e il Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel con Michel Block. Dopo il concerto del festival del 1967 che vide Giulini debuttare trionfalmente alla testa del coro della Cattedrale di Santa Edvige in un programma che abbinava il Requiem di Luigi Cherubini ai Quattro Pezzi sacri di Verdi, il critico del quotidiano Die Welt scrisse: «In Giulini coesistono nobiltà, sensibilità e delicatezza in misura eccezionale. Sebbene la sua interpretazione non possieda la grandiosità e quindi la personalità e lautorevolezza con cui Arturo Toscanini dirigeva i Quattro Pezzi sacri, Giulini rende piena giustizia allesplosiva energia dei fortissimo verdiani. I punti di forza della lettura di Giulini sono costituiti dalle sezioni elegiache, dove Giulini senza indulgere ad alcuna forma di sentimentalismo evoca lemozionante mistero e la solo apparente tranquillità dei pianissimo di Verdi». Il critico di Der Abend sottolineò: «La direzione tanto coinvolgente quanto rigorosa e ispirata di Giulini autorizza a credere che il maestro italiano non tarderà a stringere un proficuo rapporto di collaborazione con i Berliner Philharmoniker». Carlo Maria Giulini nacque a Barletta nel 1914. Dopo aver iniziato a studiare violino al Conservatorio di Bolzano, Giulini passò allAccademia di Santa Cecilia di Roma, dove studiò viola e composizione con Alfredo Casella e Bernardino Molinari. Nel 1946 Giulini diresse il suo primo concerto presso la sede romana della RAI e nel 1950 gli venne affidata lOrchestra Sinfonica della RAI di Milano. Nel 1951 debuttò in ambito operistico, dirigendo La traviata di Verdi al Festival di Bergamo. Dopo aver diretto lopera giovanile Attila di Verdi alla Fenice di Venezia, Giulini venne assunto dal Teatro alla Scala di Milano punto di partenza della sua carriera internazionale e iniziò a collaborare con i festival di Aix-en-Provence, Edimburgo e Stoccarda. nel 1960 fece una lunga tournée con la Israel Philharmonic Orchestra e debuttò alla Metropolitan Opera di New York. A partire dagli anni Sessanta Giulini diresse quasi tutte le principali orchestre americane e si esibì in diverse occasioni al Covent Garden. Pur avendo frequentato con grande assiduità gli studi di registrazione, Giulini non nascose mai di avere qualche riserva sulle incisioni discografiche. In unintervista pubblicata dalla rivista tedesca FonoForum nel 1979, Giulini dichiarò: «Prima di registrare una determinata opera aspetto il momento in cui mi sembra di averla compresa pienamente, in modo da poterla dirigere in base alla mia esperienza. In queste cose non bisogna mai avere fretta». Nella stessa intervista il direttore italiano disse che preferiva esibirsi nelle sale da concerto o nei teatri lirici. Sebbene le registrazioni discografiche presentino il vantaggio di poter correggere gli eventuali errori, bisogna fare molta attenzione che questo vantaggio alla fine non si riveli unarma a doppio taglio. «Chi punta a unesecuzione perfetta, rischia di limitarne la vitalità. Lossessiva ricerca della perfezione mette infatti in secondo piano la spontaneità e il contatto immediato e palpabile con il pubblico che offre la sala da concerti. Per questo motivo, ogni volta che si registra un disco bisogna prestare molta attenzione a mantenere alta la vitalità e la tensione dellesecuzione». Nella stessa occasione Giulini formulò anche la sua opinione sul ruolo del direttore dorchestra, definendolo un musicista che fa musica con altri musicisti, non una star ma un musicista che non suona strumenti. Quando gli fu chiesto se un direttore poteva correre il rischio di diventare arrogante o megalomane trovandosi in posizione dominante su unorchestra composta da cento elementi, Giulini rispose in maniera assolutamente disarmante: «La consapevolezza che dirigo opere di Mozart, Beethoven o Bach geni che hanno arricchito il mondo e lumanità e che non sono che un semplice uomo che serve questi colossi con sconfinato amore e devozione rende questo problema del tutto irrilevante. Inoltre, non mi sono mai considerato un direttore con liniziale maiuscola. Io sono prima di tutto un musicista: quando ero giovane suonavo spesso in orchestra e ancora adesso mi esibisco come violista in quartetto. Mi sono sempre sentito un musicista tra musicisti e non ho mai avuto la percezione di essere al di sopra dellorchestra». Giulini ha parlato dela sua collaborazione decennale con i Berliner Philharmoniker in termine estremamente positivi. «Tutti sanno che i Berliner Philharmoniker rivestono una posizione di spicco nel panorama musicale mondiale. Questorchestra possiede una grandissima personalità. Personalmente ritengo un privilegio poter dirigere musicisti di questo livello». Anche quando raggiunse lapice della sua carriera, Giulini non diresse molte orchestre. «Mi trovo bene a lavorare con le orchestre che dirigo abitualmente, in quanto ci conosciamo reciprocamente [] Non mi piace passare in continuazione da unorchestra allaltra. I rapporti con i professori dorchestra non può limitarsi alla sfera professionale, ma deve essere anche umano. La conoscenza tra il direttore e i suoi musicisti costituisce un elemento di fondamentale importanza». Rispondendo alla domanda di quale fosse lelemento che lo affascinava di più della sua attività di direttore, Giulini espresse quello che potrebbe essere definito il suo Credo artistico. «La musica costituisce un grande miracolo e un grande mistero. Persino una nota rappresenta un mistero, un miracolo in se stessa. La nota appare allimprovviso e subito dopo essere comparsa è già passata per sempre. Ogni aspetto della musica è affascinante, si tratti di dirigere o di suonare uno strumento». Il brano principale dei concerti diretti da Carlo Maria Giulini alla Philharmonie di Berlino il 5 e il 6 marzo del 1985 era la Settima Sinfonia di Bruckner, il cui centro espressivo è costituito dallampio Adagio. «La lettura essenzialmente romantica di Giulini conferisce una grande continuità allincessante flusso melodico bruckneriano, che si spezza solo in corrispondenza delle grandi cesure, come avviene per esempio allinizio della ricapitolazione. In ogni caso, non manca qualche eccezione, come si può notare nel deliberato cambiamento di tempo nel Trio dello Scherzo e soprattutto nel Finale, la cui disomogeneità è stata efficacemente contrastata da Giulini con la continuità dei movimenti precedenti» (dalla recensione di Albrecht Dümling pubblicata il 7 marzo su Der Tagesspiegel). Secondo larticolo di Klaus Geitel pubblicato il 7 marzo sul Berliner Morgenpost, le esecuzioni di Mahler erano state seguite da una nuova generazione di interpreti bruckneriani, non più basati sulla fede cattolica tedesca. «Va dato atto a Giulini che le sue interpretazioni delle sinfonie di Bruckner riescono a bilanciare sapientemente alla loro sommità la grandezza della tradizione e una costante tensione verso gli stili più innovativi. I maestosi interventi degli ottoni vengono sempre preceduti di introduzioni dei fiati di grandissima energia. In ogni caso, nella lettura del direttore italiano non manca qualche elemento dolcemente elegiaco, a partire dallAdagio, eseguito con straordinaria solennità. Grazie a Giulini la sinfonia le forme sinfoniche ormai obsolete trovano il giusto sviluppo grazie alla libera interazione delle diverse famiglie orchestrali» (dalle note di copertina di Helge Grünewald).
Registrazione effettuata il 5 marzo del 1985 presso la Philharmonie di Berlino.

Tracklist

Anton Bruckner (1824-1896)

Sinfonia n. 7 in mi maggiore

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